| 22/12/10 |
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di Toni Federico |
Un ulteriore passo falso era, nell'opinione di molti, un rischio assai grave per la sopravvivenza stessa dell'approccio multilaterale alla lotta contro i cambiamenti climatici. Noi stessi eravamo tra gli scettici sulla possibilità di rimettere la trattativa in carreggiata a Cancun. Ebbene, gli accordi di Cancun, sostenuti da 194 paesi con l'opposizione della sola Bolivia, cui la signora Figueres, segretaria esecutiva della Convenzione non ha consentito di trasformare un'opposizione in un veto, è un passo avanti con pro e contro, ma è una boccata d'ossigeno per la Convenzione. A Copenhaghen un piccolo gruppo di governanti delle cosiddette economie maggiori preparò il testo oggi noto come Accordo di Copenhagen, senza riuscire a farlo approvare in assemblea, nemmeno dopo l'endorsment del Presidente Obama. L'Assemblea si limitò a "prendere nota" di un testo che in fin dei conti non conteneva che il minimo delle prospettive avanzate nelle raccomandazioni della Roadmap di Bali, in sostanza un ipotesi non finalizzata di contenimento della temperatura media terrestre entro 2° di aumento.
L'accordo di Cancun dà luogo ad un processo di razionalizzazione degli impegni soggettivamente assunti dai vari paesi in fatto di riduzione delle emissioni e predispone un percorso tecnico per la verifica delle proposte. Viene stabilito il registro dei programmi di mitigazione dei paesi in via di sviluppo (NAMA) e vengono adeguate le procedure di misura, verifica e reporting (MRV) e dei relativi controlli internazionali (ICA). Viene creato il Green Climate Fund come contributo all'obiettivo di trasferire 100 miliardi di US$ ogni anno fino al 2020 ai paesi poveri a maggior rischio climatico, definendo lo sforzo finanziario a breve e quello a lungo termine sotto il controllo di un Comitato permanente della COP che ha il compito di assistere i vari paesi. Un accordo importante e lungamente atteso riguarda la forestazione (REDD+) per la quale vengono fissati gli incentivi e le modalità di conteggio delle quote di assorbimento della CO2. Si ricordi che la deforestazione è responsabile di 1/5 delle emissioni globali su base annua. Viene concordato un nuovo meccanismo per il trasferimento di tecnologia e viene stabilito un organo esecutivo tecnico di supporto. Viene inoltre concordato un quadro d'azione per le attività di adattamento al cambiamento climatico con una forte componente di solidarietà internazionale. Il CCS, cattura e sequestro del carbonio, viene inserito nella lista delle tecnologie finanziabili dei progetti CDM, Clean Development, Mechanism, che consentono ai paesi in via di sviluppo ed ai paesi sviluppati di ottenere crediti di carbonio in partnership.
Pertanto, entro i limiti indicati, il Protocollo di Kyoto resta vivo e un secondo periodo di validità del Protocollo resta possibile. Occorre però prendere nota che la delegazione boliviana non ha sottoscritto questa conclusione sostenendo, tra l'altro, che la somma degli impegni di riduzione (pledges) annunciati da tutti i paesi non arriva al 60% di quanto necessario per l'obiettivo di contenimento in +2° della temperatura terrestre, un deficit noto come il gigatonne gap, dal momento che l'eccesso di emissioni rimanente è più o meno questo. |