La nuova Strategia energetica nazionale e le sfide del nuovo millennio

di Andrea Barbabella

Il 10 aprile si è chiuso l’atteso G7 sull’energia. La principale notizia circolata è che non è stato raggiunto un accordo su una dichiarazione congiunta a causa della chiusura dell’amministrazione Trump, in particolare sul percorso, ratificato dagli USA di Obama, previsto dall’Accordo sul clima di Parigi. Questo esito, a mio avviso, può essere interpretato in vario modo.

Come una sconfitta, in quanto proprio nel primo anno di piena operatività del nuovo quadro della governance globale per il cambiamento climatico, le sette più grandi economie mondiali non sono riuscite a convergere su una dichiarazione comune. Ma il mancato accordo potrebbe anche significare che le grandi potenze mondiali non hanno voluto accettare un accordo al ribasso sul clima, che avrebbe messo in discussione il risultato conseguito a Parigi, solo per venire incontro alle richieste, talvolta provocatorie, del neo eletto Presidente USA. Insomma, Trump poteva essere per alcuni un pretesto per sfilarsi da un Accordo, che sappiamo essere molto impegnativo, senza poter essere criticati più di tanto: il G7 appena concluso ci conferma, almeno per il momento, la convinzione dei più floridi Governi della terra ad andare avanti.

Mi pare che questa convinzione si fondi su un elemento di sano pragmatismo, a differenza del nuovo corso americano, basato piuttosto su una alquanto fragile demagogia, utile forse per vincere i duelli elettorali, ma meno per governare l’economia reale nelle acque agitate di questo inizio millennio. Il pragmatismo dei G6 (G7-USA) deriva dai numeri e dalle evidenze dei fatti, sempre più consistenti. Ne possiamo ricordare alcune, le più recenti. La World Meteorological Organization certifica l’anno appena trascorso come il più caldo di sempre, oltre 1°C in più rispetto al periodo pre-industriale, e avverte circa i possibili rischi connessi a un sistema climatico sempre meno stabile e prevedibile. La International Energy Agency dell’OECD stima per il terzo anno consecutivo emissioni mondiali di CO2 da processi energetici restano sostanzialmente stabili, pur in una fase di crescita economica. Sebbene Bloomberg New Energy Finance stimi nel 2016 un calo degli investimenti nelle fonti rinnovabili, questo deriva da una riduzione, certamente positiva, del costo delle tecnologie e non della nuova potenza installata che, invece, continua a crescere, come testimoniano i dati della International Renewable Energy Agency: nel 2016 quasi il 9% in più di capacità rinnovabile installata nel mondo, con lo storico superamento della soglia dei 2.000 GW.

Ma il G7, per noi affezionati osservatori delle vicende nazionali, era atteso anche per la annunciata presentazione della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN). Anche di questa non v’è stata traccia al termine del summit. E anche in questo caso potrebbe non essere stato un male: la fretta non è mai buona consigliera. Le poche notizie circolate fino a oggi sui contenuti della SEN, a cominciare dalla audizione parlamentare del primo marzo, consentono alcune preliminari considerazioni.

In primo luogo, è necessario partire da una valutazione dello stato attuale delle performance energetico-ambientali del Paese realistica e aggiornata. È certamente vero che l’Italia ha raggiunto in anticipo il target 2020 sulle rinnovabili e sulle emissioni di gas serra. Ma, analizzando con più attenzione le dinamiche recenti, non si può non osservare come negli ultimi anni si siano registrati preoccupanti passi indietro, con le rinnovabili che oramai da tre anni sono praticamente ferme al palo (nel 2016 solo l’eolico è cresciuto, ma a causa in primo luogo della prevista chiusura della finestra degli incentivi) e con le emissioni di CO2eq che nel 2015 sono addirittura tornate a crescere ma che, in ogni caso, hanno rallentato la loro corsa al ribasso. Anche sull’efficienza energetica il quadro non è del tutto positivo: il nostro Paese è caratterizzato tradizionalmente da una intensità energetica migliore di altri importanti partner europei – in primo luogo a causa di una struttura produttiva, oltre che di un clima, favorevole – ma i progressi negli ultimi anni sono stati inferiori a quelli medi europei e gli stessi meccanismi di incentivazione si sono rivelati molto poco efficaci, oltre che molto costosi. Ora in una Strategia energetica che pone al centro gli obiettivi ambientali, rilanciare la crescita delle rinnovabili e dell’efficienza energetica dovrebbe essere una priorità, tenendo conto che, come certificato anche dall’intervento del presidente dell’ENEA in Commissione ambiente del Senato, al momento non siamo sulla strada di poter conseguire gli obiettivi, ben più ambiziosi, del 2030. Ciò dovrebbe richiedere una attenta valutazione in sede di definizione della Strategia, visto che sappiamo che tali obiettivi sono già ora insufficienti a rispondere agli impegni di Parigi – limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C facendo ogni sforzo possibile per avvicinare il limite del 1,5°C – e che nel quadro dell’Accordo, con molta probabilità, ci verrà richiesto di rivederli al rialzo. Sembrerebbe opportuno, per questo, adottare un approccio cautelativo prevedendo la valutazione anche di uno scenario più stringente in termini di obiettivi di decarbonizzazione.

In secondo luogo, alcune perplessità sarebbero giustificate sia per quanto riguarda taluni  degli specifici approcci proposti nella versione della SEN presentata in Parlamento, sia per la impostazione generale data alla Strategia. Ad esempio, il tema della “neutralità tecnologica” continua a essere, a mio avviso, un errore nella impostazione comunitaria recente. Siamo nel contesto di una transizione energetica epocale, che deve essere guidata non da ragioni puramente economiche ma in primo luogo da una necessità, quella di vincere la sfida del clima: le tecnologie su cui decidiamo di investire non possono, quindi, in nessun caso essere neutre, specie se guardiamo a un processo di medio e lungo termine, che richiede anche di valutare i potenziali di sviluppo, non solo le performance attuali. Ma ancor più significativo è il passaggio in cui viene valutato il mix generativo nazionale, messo a confronto con quello delle altre grandi economie europee. In questa operazione si coglie unicamente il lato negativo, quello dei costi più elevati e il gap di competitività del Paese, che meriterebbe peraltro maggiori approfondimenti, quando invece il maggiore sviluppo delle fonti rinnovabili sarebbe potuto essere interpretato come un fattore di forza, su cui giocare la propria crescita industriale e la propria competitività in un contesto di obiettivi climatici ambiziosi.

In definitiva, dovrebbe essere questo il principale compito della SEN: selezionare settori, tecnologie, ambiti di intervento su cui puntare nei prossimi decenni e individuare gli strumenti per sostenerne la crescita nel quadro di una politica industriale capace di fare delle sfide del nuovo millennio, a cominciare da quella climatica, un fattore di ritrovata competitività e non, come spesso accade, di conservatorismo tecnologico ed economico. Per dirla in altri termini, parafrasando l’audizione della Confindustria del 23 marzo, cercando di volgere a proprio vantaggio una strategia, concreta e realizzabile, di gold plating – facciamo per una volta i primi della classe! – capace di valorizzare i notevoli investimenti messi in campo fino a oggi e le eccellenze che caratterizzano l’economia italiana. Insomma, una strategia con lo sguardo in avanti, piuttosto che indietro.

 

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