L’Italia non è ancora pronta alla sfida di Parigi per il clima

di Andrea Barbabella

E’ da oggi in vigore il nuovo decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche. Gli impianti che entro l’anno verranno selezionati attraverso i meccanismi delle aste e dei registri, potranno vedere riconosciuto per vent’anni (25 per il solare termodinamico) un incentivo economico alla produzione.30

Il decreto, al netto dei piccoli impianti sotto soglia, incentiverà fino a poco più di 1.300 MW di nuova potenza installata, con un tetto di spesa fissato a circa 435 milioni di euro. I 9 miliardi di euro dichiarati e ripresi da molti canali di informazionealtro non sono che l’incentivo annuo moltiplicato per i venti anni della durata del periodo di incentivazione; questa proiezione, per quanto suggestiva, è in realtà fuorviante in quanto gli impianti che incassano l’incentivo sono sempre gli stessi e l’incentivo,dopo il primo anno, non stimola né ulteriori investimenti, né ulteriori aumenti di produzione di elettricità da fonte rinnovabile.

Questo decreto arriva, con un anno e mezzo di ritardo, mentre il settore delle rinnovabili in Italia sta vivendo da alcuni anni una crisi profonda. Come riportato nell’Italy Climate Report 2016, secondo i dati del GSE, utilizzando il metodo di normalizzazione previsto dalla Direttiva europea, tra il 2013 e il 2015 la crescita delle rinnovabili – per elettricità, calore e trasporti – si è praticamente fermata, attestandosi a una media di +0,2% per anno. Analizzando i dati del solo settore elettrico, nel 2015 per la prima volta nella storia recente è diminuita la produzione annua da rinnovabili (da oltre 120 a meno di 110 TWh). Nei primi cinque mesi del 2016 il calo è proseguito e si è, anzi, aggravato, con il fotovoltaico e l’idroelettrico che hanno perso ben il 18,3% e il 10% rispetto al 2015: nel complesso si è passati da una produzione elettrica da rinnovabili per i primi cinque mesi del 2015 di 46 TWh, pari al 42% della produzione netta nazionale, ai 43,4 TWh del 2016, pari al 40% della produzione nazionale. A questo si aggiunge il dato dell’osservatorio sulle rinnovabili di Anie sulle nuove installazioni di eolico, fotovoltaico e idroelettrico che nel primo trimestre 2016 sono diminuite del 25% rispetto all’anno precedente (con l’eolico sceso di ben il 79%).

Il nuovo decreto regalerà una salutare boccata di ossigeno al settore, ma non sarà in grado di allineare il Paese ai nuovi obiettivi dell’accordo di Parigi. C’è da augurarsi, inoltre, che i contingenti messi a disposizione riusciranno -visto il ritardo di questo provvedimento, a lungo atteso- a essere pienamente sfruttati, cosa non del tutto scontata specie per alcune tecnologie.

Dagli 11 mila MW installati nel 2011 siamo passati a 900 MW nel 2015 (meno di 600MW le fonti non fotovoltaiche) e nel 2016 e 2017 molto probabilmente scenderemo ancora. Nel 2018, grazie al nuovo decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche, la nuova potenza installata potrà tornare a crescere un po’, ma in modo ancora insufficiente, anche considerando che il contingente effettivamente realizzato si spalmerà su un paio di anni.

Ma cosa accadrà dopo il 2018? Non è ancora stata concordata la ripartizione nazionale degli impegni europei di riduzione dei gas serra(ma anche dell’efficienza e delle rinnovabili che saranno probabilmente solo indicativi e non vincolanti per gli Stati membri), né tali impegni sono stati aggiornati per tener conto degli esisti di Parigi (e dell’uscita della Gran Bretagna dalla UE!).

Secondo la roadmap per l’Italia elaborata dalla Fondazione, ipotizzando un’attuazione tempestiva e coerente dell’Accordo di Parigi, al 2030 le rinnovabili dovrebbero arrivare a soddisfare circa i due terzi della domanda elettrica. Ciò significherebbe attivare politiche in grado di garantire circa 8 TWh di produzione aggiuntiva ogni anno. Per sostenere un tale livello di crescita, anche prevedendo un contributo significativo del fotovoltaico sempre più competitivo, l’impegno richiesto dovrebbe essere dell’ordine dei 1.500-2.000 MW di nuova potenza installata ogni anno. Il decreto appena varato dal Governo, con circa 1.300 MW che verranno spalmati almeno su un paio d’anni, non sarebbe in grado di avvicinare questi numeri. Per cominciare ad attuare l’Accordo di Parigi occorrerà, quindi, aspettare almeno il nuovo sistema di supporto alle rinnovabili elettriche per il triennio 2017-2020, sperando che non tardi troppo ad arrivare e, soprattutto, che sia all’altezza della sfida. Tuttavia, sembra molto reale il rischio di rimanere ancorati ancora per qualche anno a una fase di insufficiente sviluppo delle rinnovabili in Italia, come ci conferma indirettamente anche Terna che, nel piano di sviluppo 2016, ha considerato da qui al 2020 tassi di crescita annua nell’ordine di 500-600 MW per l’eolico e di 300 MW per il il fotovoltaico.

Naturalmente le politiche sulle rinnovabili da sole non saranno in ogni caso sufficienti a conseguire i target di riduzione delle emissioni a medio e lungo termine e un ruolo centrale dovrà essere svolto sempre dall’efficienza e dal risparmio energetico. I dati del recente rapporto dell’ENEA, al di la della comunicazione – troppo ottimistica – che ne è stata data, non mostrano ancora progressi sostanziali in questa direzione. I risparmi annui derivati dal principale meccanismo nazionale di incentivazione dell’efficienza energetica, i certificati bianchi, si sono quasi dimezzati dal 2013 al 2015, passando da 790 a 440 ktep di energia primaria. Nello stesso periodo i risparmi annui stimati grazie alle detrazioni fiscali, il secondo meccanismo nazionale di incentivazione, sono passati da 123 a 110 ktep. Anche l’obiettivo fissato dal piano nazionale del 2014 sembra lontano: tra il 2011 e il 2015 l’ENEA ha certificato risparmi complessivi per circa 5 Mtep; per raggiungere i 15,5 Mtep indicati nel Piano al 2020, peraltro non allineati ai nuovi impegni di Parigi, nei prossimi cinque anni bisognerà all’incirca raddoppiare i risparmi annui conseguiti fino a oggi.

Per affrontare seriamente la sfida di Parigi e puntare sullo sviluppo di una green economy come elemento centrale di un’economia a basse emissioni di carbonio in grado anche di sostenere la qualità della ripresa economica e della competitività, l’Italia dovrà mettere in campo nuove e più incisive misure sia per la ripresa delle rinnovabili sia per avere più consistenti risultati nel risparmio e nell’efficienza energetica.

Un contributo decisivo in questa direzione, come oramai riconosciuto anche da molti esperti e osservatori, potrebbe essere fornito da una seria riforma della fiscalità in chiave ecologica, rigorosamente a saldo zero, basata su una forte riallocazione green della spesa pubblica e sulla introduzione di un efficace sistema di tassazione del carbonio associato a una equivalente riduzione del carico fiscale sul lavoro e sulle imprese.