Gli Stati Uniti si ritirano dagli accordi globali su clima e natura: una frattura nella cooperazione ambientale

Gli Stati Uniti si ritirano dagli accordi globali su clima e natura

Gli Stati Uniti voltano le spalle alla cooperazione ambientale globale. Con una serie di atti formali e annunci politici, l’amministrazione Trump ha avviato il ritiro del Paese da gran parte degli accordi e degli organismi internazionali dedicati alla lotta contro il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Una scelta che segna una frattura profonda non solo sul piano diplomatico, ma anche su quello scientifico, economico e simbolico, in un momento in cui le crisi ambientali mostrano segnali sempre più evidenti e interconnessi.

L’uscita dagli organismi chiave della governance ambientale globale

Il passaggio più rilevante riguarda l’uscita degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il trattato del 1992 che rappresenta l’architrave di tutta la governance climatica globale. È su questa base giuridica che negli anni sono nati i negoziati internazionali e, più recentemente, l’Accordo di Parigi. Ritirarsi dalla Convenzione significa andare oltre il semplice disimpegno da un accordo specifico: equivale a sottrarsi al quadro comune che riconosce il cambiamento climatico come un problema globale da affrontare collettivamente. Accanto alla UNFCCC, Washington ha annunciato l’intenzione di interrompere la partecipazione a organismi chiave come l’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), il principale punto di riferimento scientifico mondiale sul clima, e l’IPBES, la piattaforma intergovernativa che valuta lo stato della biodiversità e dei servizi ecosistemici. Due istituzioni che negli ultimi anni hanno fornito dati, scenari e valutazioni utilizzate da governi, imprese e comunità per orientare politiche, investimenti e strategie di adattamento. L’uscita statunitense non cancella il lavoro scientifico svolto, ma ne riduce la portata politica e indebolisce il dialogo tra scienza e decisione pubblica.

Il messaggio che arriva da questa scelta è chiaro: la cooperazione multilaterale viene percepita come un vincolo più che come uno strumento. L’amministrazione ha giustificato il ritiro parlando di difesa degli interessi nazionali e di rigetto di un sistema di governance globale giudicato inefficiente o ideologizzato. Ma le conseguenze vanno ben oltre il perimetro della politica interna. Gli Stati Uniti sono storicamente uno dei maggiori emettitori di gas serra e un attore centrale nei mercati energetici, tecnologici e finanziari. Il loro disimpegno rischia di rallentare gli sforzi globali, proprio mentre altri grandi blocchi geopolitici, dall’Unione Europea alla Cina, stanno investendo massicciamente nelle tecnologie pulite e nella transizione ecologica.

Isolamento politico, incertezza giuridica e un vuoto di leadership

C’è poi un aspetto meno visibile ma altrettanto rilevante: la perdita di credibilità scientifica e diplomatica. Per decenni, ricercatori, istituzioni e decisori statunitensi hanno contribuito in modo determinante alla costruzione delle conoscenze globali su clima e biodiversità. Uscire dai tavoli internazionali significa rinunciare a influenzare regole, standard e priorità future, lasciando spazio ad altri attori. In un contesto in cui la competizione geopolitica passa sempre più anche dal controllo delle filiere verdi, delle tecnologie rinnovabili e delle risorse naturali, questa scelta appare tutt’altro che neutrale. Il ritiro solleva inoltre interrogativi giuridici ancora aperti. La Convenzione sul clima è stata ratificata dal Senato statunitense con un voto unanime negli anni Novanta, e non è mai stato chiarito in modo definitivo se un presidente possa uscirne unilateralmente. È probabile che la questione venga contestata nelle sedi giudiziarie, ma sul piano pratico l’amministrazione sembra intenzionata a procedere comunque, accettando il rischio di un vuoto normativo e di una lunga incertezza istituzionale.

E il resto del mondo?

Nel frattempo, il resto del mondo osserva. Nessun altro Paese ha seguito l’esempio statunitense abbandonando la Convenzione o l’Accordo di Parigi. Al contrario, molte economie stanno rafforzando le proprie politiche climatiche e naturali, anche per rispondere agli impatti sempre più tangibili di eventi estremi, crisi idriche, perdita di suolo fertile e collasso degli ecosistemi. In questo scenario, la scelta americana rischia di isolare il Paese proprio mentre la dimensione ambientale diventa centrale per la stabilità economica e sociale globale. La scienza, tuttavia, non si ritira. I dati sulla crisi climatica e sulla biodiversità restano, così come le stime sui costi dell’inazione e sulle opportunità perse. Oltre un milione di specie a rischio estinzione, trilioni di dollari di danni ambientali ogni anno e milioni di posti di lavoro potenziali legati a una transizione sostenibile sono numeri che non cambiano con un atto politico. La frattura che si apre oggi riguarda piuttosto la capacità di trasformare queste evidenze in azione collettiva.

Il disimpegno degli Stati Uniti rappresenta quindi molto più di una scelta amministrativa: è un segnale politico che mette alla prova la resilienza della cooperazione internazionale su clima e natura. Resta da capire se questo vuoto sarà temporaneo o se segnerà una ridefinizione più profonda degli equilibri globali. Nel frattempo, la sfida per il resto del mondo è chiara: dimostrare che la transizione ecologica può andare avanti anche senza uno dei suoi attori storicamente più influenti, mantenendo al centro scienza, responsabilità e visione di lungo periodo.


Articolo originale pubblicato sul sito del Nature Positive Network
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