Cosa accadrebbe se l’impegno sul clima diminuisse?

di Edo Ronchi

dal blog HuffingtonPost

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), nel 2017 le emissioni mondiali di anidride carbonica sono aumentate di 460 milioni di tonnellate di CO2, +1,4% , raggiungendo il valore più alto mai registrato, pari a 32,5 miliardi di tonnellate di CO2.

L’aumento delle emissioni del principale gas serra avviene dopo tre anni – 2014, 2015 e 2016 – durante i quali le emissioni si erano sostanzialmente stabilizzate, con un aumento medio dello 0,3% nei tre anni.

In Italia secondo le stime dell’ENEA le emissioni di CO2 nel 2017 sono lievemente diminuite, dello 0,5%, grazie ad una riduzione avvenuta nel settore dei trasporti (-2,2%) e ad una riduzione dell’uso del carbone nella generazione elettrica. Dopo l’ultimo calo significativo delle emissioni nel 2014 (-6%), negli ultimi tre anni le emissioni di CO2 in Italia sono aumentate mediamente dello 0,7% l’anno, per l’aumento della quota dell’energia di origine fossile sull’energia primaria consumata.

Se l’Italia dovesse mantenere il trend degli ultimi tre anni non raggiungerebbe né l’obiettivo, concordato in sede europea, di riduzione del 33%, rispetto al 2005, delle emissioni di gas serra dei settori non ETS – in particolare del settore residenziale e terziario dove le emissioni sono aumentate del 2% – né quello di aumento delle rinnovabili al 28% del consumo finale lordo di energia al 2030, indicato dalla Strategia energetica nazionale del 2017.

Con questi numeri – mondiali, europei e nazionali – la crisi climatica si aggrava e si allontana l’attuazione dell’Accordo di Parigi per contenere l’aumento medio della temperatura sotto i 2°C. Si può ancora recuperare, ma servirà un impegno molto maggiore perché, anche con la ripresa economica, ci sia una forte riduzione delle emissioni.

Che effetto potrebbe avere l’aumento globale delle emissioni del 2017 e il rallentamento europeo sull’impegno dell’Italia? Potrebbe contribuire a una riflessione più attenta ai rischi crescenti della crisi climatica, in particolare per un Paese vulnerabile come il nostro, e quindi ad un nostro maggiore impegno per contribuire anche a spingere l’Europa e altri grandi Paesi a fare di più.

Oppure a sederci ancora di più perché così fanno anche altri. Se dovesse prevalere questa seconda opzione si pagherà un conto molto più salato per i maggiori danni della crisi climatica e anche per i maggiori costi di mitigazione e adattamento concentrati in un minor numero di anni, superiori ai risparmi generati dai prevedibili progressi tecnologici, mentre si resterà alla coda dei vantaggi economici e tecnologici della green economy a basse emissioni di carbonio.


Articolo originale pubblicato su Huffington Post Blog in data 20/04/2018

 

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