Dalla COP 23 di Bonn alcune buone notizie “a latere”, ma le emissioni globali di CO2 nel 2017 tornano a crescere

di Andrea Barbabella e Toni Federico

Si è da poco conclusa a Bonn la ventitreesima Conferenza delle Parti – la COP 23 – della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico dell’ONU. Dopo la firma dello storico Accordo di Parigi di due anni fa e la sua entrata in vigore nel novembre del 2016, non erano in ballo questioni di grande rilevanza.


La posizione dell’Amministrazione Trump, dopo l’annuncio della uscita dall’Accordo e l’attacco alle “teorie complottiste” del cambiamento climatico, è rimasta sostanzialmente isolata, mentre i rappresentanti di alcuni importanti Stati americani, in particolare quello di New York e della California (responsabile da sola nel 2015 dell’emissione di 440 MtCO2eq, un dato paragonabile a quello italiano che la farebbe rientrare tra i primi 20 Paesi emettitori al mondo) si sono mostrati molto attivi e intenzionati a proseguire nell’impegno.

In realtà, le cose più interessanti si sono manifestate a latere della Conferenza.

A cominciare dalla dichiarazione, proprio nel giorno di apertura dei lavori della COP, di alcuni tra i più importanti gruppi europei operanti nel settore dell’energia, tra cui l’italiana ENEL, che hanno chiesto all’Unione europea a alzare le ambizioni sulle fonti rinnovabili, portando il target 2030 dal 27% al 35% del consumo finale lordo e sostenendo, così, la posizione dei Ministri dell’ambiente del Parlamento europeo. A questa si è aggiunta la presentazione dell’iniziativa “The Global Alliance to Power Past Coal”, un alleanza internazionale di Governi e autorità locali (ma che coinvolge anche il mondo delle imprese) – di cui fa parte anche l’Italia, insieme a Francia e regno Unito, ma senza la Germania – che si sono impegnati a intraprendere una exit strategy dall’utilizzo del carbone per la produzione di energia elettrica, la prima fonte al mondo nella generazione di elettricità.

Ma non sono tutte buone le notizie che arrivano da Bonn e dintorni.

Nel corso della Conferenza è stato fatto circolare il rapporto “Global Carbon Budget 2017”. Secondo lo studio, dopo tre anni di relativa stabilità, nel 2017 le emissioni globali di CO2 da combustibili fossili potrebbero tornare nuovamente a salire: +2% a fine anno secondo i risultati dello studio (con un ampio margine di incertezza tra +0,8 e +3,0%), mentre nello stesso periodo, secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL crescerebbe del 3,6%. Se questo dato fosse confermato l’agognato “picco delle emissioni” a livello mondiale non sarebbe ancora stato raggiunto. Ma, forse, anche per quelli che avevano visto nella Cina, il più grande emettitore di gas serra al mondo, un protagonista di un modello di transizione green ormai consolidato. Il ritorno alla crescita delle emissioni globali nel 2017, infatti, sarebbe in gran parte dovuto ad una ripresa delle emissioni cinesi (+3,5% stimato a fine anno). Alla base di questa inversione di trend ci sarebbe un aumento del 3% dell’uso di carbone, sulla spinta di una accelerazione della produzione industriale ma anche di una minore produzione di energia idroelettrica. Quest’ultimo, tra l’altro, potrebbe rappresentare un driver sempre più importante, come abbiamo avuto modo di osservare anche in Italia negli ultimi anni, proprio in relazione all’acutizzarsi degli effetti del cambiamento climatico.

Allargando lo sguardo oltre la Cina, in Europa e USA si prevede che il calo delle emissioni prosegua anche nel 2017, ma con ritmi inferiori a quello degli anni precedenti: -0,2% a fine anno in Europa (con un PIL in crescita del 2,3%), a fronte di una media del decennio precedente di -2,2%; -0,4% negli USA (con un PIL a +2,2%), a fronte del -1,2% all’anno come media del decennio precedente. Discorso a parte merita l’India, nel 2016 il quarto grande emettitore globale (dopo Cina, USA ed Europa, tutti insieme responsabili del 59% delle emissioni globali di CO2) ma con livelli di emissioni pro capite ancora al di sotto della media mondiale (1,8 tCO2 per persona per anno, contro 4,2 come media mondiale, 6,9 dell’UE28, 7,2 della Cina e 16,5 degli USA). A differenza degli altri tre grandi emettitori, in India le emissioni continuano a crescere in modo regolare, in media a un ritmo di circa il 6% annuo nel decennio 2007-2016.

Nel 2017, tuttavia, si osserva un forte rallentamento, con le emissioni che continuano a crescere ma a un ritmo del 2% nonostante un PIL al +6,7%. Diversamente dagli altri grandi emettitori, il 2017 per l’India potrebbe essere un anno positivo sul fronte delle emissioni di gas serra. Proprio l’anno in cui ha lanciato il piano per raddoppiare le fonti rinnovabili entro il 2022 arrivando a 175 GW di potenza installata, superando secondo le previsioni della IEA la potenza installata in Europa, fino a pochi anni fa leader mondiale delle rinnovabili.
Il possibile aumento delle emissioni mondiali di CO2 del 2017, dopo un triennio di sostanziale stabilità, suona come campanello d’allarme, con un messaggio molto chiaro per tutti i Governi impegnati nella COP23: per attuare l’Accordo di Parigi e riuscire a contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C, è quanto mai urgente rivedere gli impegni nazionali (NDC) a oggi sottoscritti aumentandone il livello di ambizione e rendendoli più incisivi e cogenti.

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