di Edo Ronchi
I costi dei pannelli solari, degli impianti eolici e delle batterie di accumulo sono talmente diminuiti da rendere il loro utilizzo molto più conveniente del gas per produrre elettricità. Dopo la crisi dello stretto di Hormuz, con l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili e le preoccupazioni per gli approvvigionamenti, si registra un boom mondiale delle rinnovabili. E in Italia? Siamo in forte ritardo e non stiamo cambiando passo, nemmeno in questa crisi. La piattaforma di monitoraggio del Pniec (il piano nazionale per l’energia e il clima che dovrebbe attuare la nostra parte degli obiettivi europei) gestita dal Gse, indica che per rispettare il nostro target, dovremmo produrre 162,4 miliardi di chilowattora (TWh), con il solare e l’eolico entro il 2030 e che, a fronte di una produzione di 65,8 TWh , nel 2025 ne avremmo dovuti produrre 87,8.
Per recuperare questo grave ritardo, e raggiungere il nostro target al 2030, dovremmo ,almeno, raddoppiare i circa 7 GW annui di nuovi impianti di rinnovabili degli ultimi due anni , aumentando di più la quota di eolico, troppo bassa . Con i 14 GW annui di questo raddoppio arriveremmo a meno dei due terzi dei 23 GW di nuovi impianti di rinnovabili installati nel 2025 in Germania. Raddoppiando le rinnovabili non faremmo solo la nostra parte per il clima, ma taglieremmo di circa la metà l’uso del gas per produrre l’elettricità, con notevoli benefici per le nostre bollette elettriche.
In Spagna, dove ,soprattutto per l’alta quota di rinnovabili, il gas determina il prezzo dell’elettricità per un basso numero di ore, il megawattora (MWh) costa 65 euro; in Italia, dove la dipendenza dal gas è decisiva per molte più ore, il prezzo dell’elettricità è circa 116 euro al MWh. Anche se sono stati presentati progetti per 90 GW di nuovi impianti solari e per 57 GW di nuovi impianti eolici, come mai in Italia ne vengono approvati così pochi all’anno? Per rispondere a questa domanda partirei da un caso recente: il 2 maggio scorso sono approdati in Consiglio dei Ministri 31 progetti per nuovi impianti solari a terra, agro-voltaici, eolici e per un impianto di accumulo idrico, sparsi in diverse parti della Sardegna , tutti con parere negativo della giunta regionale della Sardegna, delle Soprintendenze sarde e del Ministero dei beni culturali e con una valutazione positiva del Ministero dell’Ambiente.
Per tutti questi 31 progetti di nuovi impianti, senza nemmeno un’eccezione, il Governo Meloni non ha approvato l’autorizzazione, ma, buttando la palla in tribuna, per tutti ha chiesto di trovare altre collocazioni, in altri comuni. Forse perché in Sardegna c’erano già troppi impianti per le rinnovabili? Nel 2024 il 67,4% della elettricità è stata prodotta in Sardegna con fonti fossili e meno del 33% con rinnovabili (a fronte di una media nazionale del 42,5%). La nuova capacità installata di rinnovabili in Sardegna – dal gennaio 2021 a marzo 2026 – è stata di soli 1,25 GW (fonte Terna): la quantità più bassa fra le grandi Regioni italiane; solo il 4,7 % dei 26,5 GW totali installati in Italia nello stesso periodo, pur essendo quello della Sardegna pari all’8% del territorio italiano. E non si tratta di un caso isolato ,sia pure rilevante.
In Presidenza del Consiglio, per i pareri discordanti fra Ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, sono ancora in attesa di autorizzazione impianti eolici per 5 GW e fotovoltaici per 7 GW. L’immobilismo del Governo Meloni nel non decidere quando potrebbe e dovrebbe e nel non aver, nemmeno nell’attuale emergenza, adottato un decreto, necessario ed efficace, per sbloccare le procedure, è una delle cause rilevanti del persistente ritardo italiano nello sviluppo delle rinnovabili. Immobilismo che si avvale, richiamandola spesso, anche dell’opposizione , fatta in nome della tutela del paesaggio e del territorio, di alcune realtà locali.
La crisi climatica causa impatti ambientali e sociali sempre più devastanti. Per fermarla, eliminando l’uso dei combustibili fossili, sono indispensabili molti impianti di generazione distribuita, solari ed eolici, molto visibili anche se occupano quote,complessivamente, molto ridotte del territorio.
Anche la transizione energetica, come la diffusione delle ferrovie, dell’elettricità e altri cambiamenti di vasta portata, inciderà su alcuni paesaggi. Anche per migliorare il livello della tutela, occorre imparare a gestire saggiamente sia le qualità, sia i diversi paesaggi. Attrezzandosi anche per accompagnare la diffusione di impianti solari ed eolici con misure di tutela della permeabilità dei suoli, di ripristino dopo l’utilizzo, di mantenimento e aumento della biodiversità locale. E sarebbe il caso di riconoscere qualche sconto sulle bollette, o incentivi di altro tipo, ai territori che ospitano questi impianti.