Sosteniamo le rinnovabili, altro che nucleare

di Edo Ronchi da HuffPost

Con una iniziativa legislativa che punta a far ripartire centrali nucleari in Italia si torna a parlare – con preoccupante approssimazione e una certa superficialità – di un possibile nuovo referendum. Come se i referendum popolari abrogativi fossero ripetibili, in serie. Come se fosse pacifico che i sostenitori, sconfitti dalla volontà popolare espressa democraticamente con un voto valido, potessero comunque far approvare nuove norme con gli stessi effetti di quelle abrogate.

Perché le centrali nucleari che si vorrebbero costruire sarebbero di un nuovo tipo e prive di rischi? Purtroppo i nuovi reattori in discussione, gli SMR (small modular reactor) per quanto meno grandi di quelli più grossi, per quanto costruibili per moduli, sono pur sempre reattori nucleari a fissione, alimentati con uranio fissile. Purtroppo la fissione dell’uranio, anche in questi nuovi reattori, genera isotopi fortemente radioattivi, come il plutonio che dimezza la sua altissima radioattività in 24 mila anni. Purtroppo i reattori nucleari a fissione generano rilevanti quantità di rifiuti a vari livelli di attività radioattiva, per i quali non disponiamo nemmeno di un deposito definitivo. Purtroppo i reattori nucleari generano contaminazioni impegnative dei siti dove sono collocati, al punto che le centrali nucleari dismesse e i siti dove sono collocate non sono ancora stati bonificati. Purtroppo ai reattori nucleari – anche a quelli nuovi – si devono applicare norme, internazionali ed europee, per prevenire e limitare gli impatti di possibili incidenti, con misure onerose di sicurezza e piani impegnativi di emergenza interna ed esterna, che, se i rischi fossero realmente inesistenti o del tutto trascurabili, non avrebbero senso. Caliamo poi un velo su quanti ingigantiscono gli impatti dei pannelli solari e delle pale eoliche e ignorano quelli, incomparabilmente più gravi, reali e permanenti, del nucleare a fissione.

Non credo che, dopo l’abrogazione referendaria, sia corretto reintrodurre l’ergastolo, costruendo nuove carceri, più moderne e dotate di giardini, anche se un po’ di cittadini avessero cambiato opinione e fossero maggioranza in Parlamento. Ciascuno di noi può avere la sua opinione su alcune espressioni, fatte col voto e secondo le regole costituzionali, della sovranità popolare, ma dovremmo sempre e comunque rispettarle. Sarebbe bene, per il buon funzionamento della nostra democrazia, chiedere che il nuovo pacchetto di norme per il ritorno al nucleare, definito e completato, sia sottoposto almeno al vaglio della Corte costituzionale, per verificarne la compatibilità con gli esiti dei precedenti pronunciamenti referendari. Dopo che sono stati fatti ben due referendum per fermare il nucleare, proporne un altro potrebbe comportare un rischio elevato di una scarsa partecipazione al voto, per una ragionevole sfiducia nell’efficacia dello strumento: scarsa partecipazione che potrebbe rendere nullo il referendum che, per essere valido, richiede la partecipazione della maggioranza del corpo elettorale.

Queste ragioni suggeriscono prudenza nel maneggiare questo strumento, aspettando di verificare se siamo in presenza di un percorso concreto e praticabile e non di nuove norme-manifesto ideologico. Per ora mancano due condizioni essenziali: i siti dove mettere questi reattori e i soldi per finanziarne la costruzione. I sostenitori del ritorno al nucleare sembrano trascurare il fatto che il nucleare nostrano – prima dei referendum – a differenza di molti Paesi europei, sia rimasto marginale, con pochi impianti costruiti in decenni. E che il territorio italiano sia poco idoneo per gli impianti nucleari: è in gran parte montuoso, densamente popolato nelle pianure, con coste a forte valenza turistica, con ampie aree a rischio simico e a rischio di frane e alluvioni. Sta di fatto che nemmeno oggi, nonostante la campagna martellante, e praticamente senza contradditorio, sui grandi mezzi di informazione, a favore del ritorno al nucleare, nessuna Regione (con potere costituzionalmente concorrente in materia di energia) ha dato disponibilità ad ospitare un nuovo reattore. Quando si è ipotizzato di metterne uno a Porto Marghera, il Consiglio regionale del Veneto, quasi all’unanimità, ha respinto anche solo l’ipotesi. In linea con i sondaggi che vedono crollare i favorevoli quando si chiede se sono disponibili ad avere un nuovo reattore nucleare nella propria provincia, nessun Comune si è offerto di accogliere sul proprio territorio nemmeno uno di questi reattori che, essendo meno grandi, dovrebbero essere numerosi e richiedere più siti.

Siccome la localizzazione (in 15 anni non è stato localizzato nemmeno un deposito di rifiuti radioattivi), l’autorizzazione (in Italia servono anni per autorizzare una pala eolica) e la costruzione di reattori nucleari (specie per un Paese uscito dal settore da diversi decenni) sono molto lunghe e costose, l’elettricità prodotta finisce con l’essere molto cara e non remunerativa dell’investimento (è tre o quattro volte più costosa di quella prodotta con fonti rinnovabili). Per questo, nonostante la martellante pubblicità a favore, non risulta alcuna concreta disponibilità – non simbolica, ma corrispondente ai molti miliardi necessari – di investitori privati: anche quando applaudono in pubblico il ritorno nucleare, non risultano imprenditori disposti a rischiare, e a perdere, i propri soldi nella costruzione di questi nuovi reattori. E dato il carico fiscale, l’alto debito pubblico e le molte priorità non finanziate o poco finanziate, anche un governo e una maggioranza parlamentare dichiaratamente favorevoli al ritorno al nucleare, hanno stanziato somme esigue, nemmeno lontanamente comparabili con i miliardi necessari per tale ritorno, né sembrano disponibili a caricare sulle bollette elettriche, già troppo care, ulteriori oneri per pagare il ritorno al nucleare.

Per passare dal dire al fare, i favorevoli al ritorno al nucleare in Italia debbono fare ancora molta strada. Per valutare l’eventualità di un nuovo referendum, aspettiamo che si impegnino un po’ di più. Intanto sosteniamo la crescita delle rinnovabili: entro il prossimo decennio – prima che sia industrialmente disponibile uno di questi nuovi reattori nucleari – saremo a percentuali di elettricità da fonte rinnovabile molto elevate, dimostrando praticamente che arrivare alla piena decarbonizzazione per mitigare la crisi climatica col 100% di elettricità da fonti rinnovabili, con l’utilizzo temporaneo di una parte via via sempre più residuale delle centrali a gas già esistenti, con l’integrazione delle diverse fonti rinnovabili, delle reti e con lo sviluppo dei diversi sistemi di accumulo e di una migliore gestione della domanda, non è una passeggiata, ma è possibile e anche economicamente conveniente, riducendo i costi dell’elettricità ed evitando di sostituire la dipendenza dall’importazione di gas con la dipendenza dall’importazione di barre di uranio arricchito, necessarie per alimentare i reattori nucleari, prodotte da un ridotto numero di Paesi.


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