Lasciarci alle spalle il 2017, annus horribils per le emissioni di gas serra

di Andrea Barbabella
Il “Global Energy and CO2 Status Report” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) appena pubblicato stima che nel 2017 le emissioni mondiali di CO2 siano tornate ad aumentare dopo un triennio di relativa stabilità.

Questo dato conferma le stime precedenti, come quella presentata in occasione della Cop23 di Bonn nel novembre 2017 dal Global Carbon Project, e lancia un nuovo segnale di allarme sulla efficacia delle azioni messe in campo fino a oggi per rispettare l’impegno sottoscritto a Parigi nel 2015.

Secondo la IEA, nel 2017 le emissioni di anidride carbonica sono aumentate di 460 milioni di tonnellate di CO2 (poco più delle emissioni totali di gas serra italiane), facendo segnare un +1,4% e raggiungendo il valore più alto mai registrato: 32,5 miliardi di tonnellate di CO2. Stando all’analisi dell’Agenzia, questo aumento sarebbe riconducibile a un mix di cause, tra cui la crescita economica globale (+3,7% nel 2017 contro il +2,6% della media del triennio precedente), la riduzione del prezzo dei combustibili fossili e del tasso di crescita dell’efficienza energetica mondiale (come mostra il rallentamento nei progressi dell’intensità energetica, diminuita nel 2017 dell’1,7% contro la media del 2,3% del triennio precedente). Tutto questo ha portato, in primo luogo, ad un forte aumento della domanda mondiale di energia, cresciuta nel 2017 del 2,1% contro la media dello 0,9% dei cinque anni precedenti.

Il carbone – e in particolare il suo utilizzo per la produzione di energia elettrica – ha guidato in gran parte la dinamica delle emissioni di anidride carbonica degli ultimi anni: il consumo del combustibile solido dal 2014 al 2016 è calato, compensando l’aumento di prodotti petroliferi e gas e spinto dalla crescita delle fonti rinnovabili. Il 2017 si è chiuso con una crescita della domanda globale del carbone di +1%, legata principalmente alla domanda in Asia per la produzione di energia elettrica, cresciuta del 3,5% rispetto al 2016, e in particolare della Cina che ha fatto segnare un +6% nella domanda di elettricità a causa, sempre secondo l’IEA, di una estate particolarmente calda che ha spinto in alto i consumi per il raffrescamento.

Proprio nell’anno in cui le fonti rinnovabili hanno fatto segnare un nuovo record, facendo segnare il più alto tasso di crescita rispetto a tutte le altre fonti e riuscendo a soddisfare un quarto della nuova domanda di energia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere, in primo luogo, proprio sulla grande importanza delle politiche di risparmio energetico e le sinergie tra fonti rinnovabili ed efficienza nel percorso di decarbonizzazione: senza serie ed efficaci politiche di riduzione dei consumi lo sviluppo delle rinnovabili e delle tecnologie low-carbon da solo non basterà a limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C.

Analizzando i contributi alle emissioni globali delle diverse aree del pianeta, l’IEA evidenzia come l’aumento del 2017 sia riconducibile in primo luogo alle dinamiche dei Paesi asiatici e la Cina, con 149 MtCO2 in più rispetto al 2016, risulterebbe essere il primo responsabile. Se questo dato in termini assoluti è certamente incontrovertibile, va al tempo stesso osservato, però, come in rapporto alle emissioni complessive (8,7 GtCO2), si sia trattato di una crescita tutto sommato contenuta, pari a un +1,7%, a fronte di una crescita del PIL nel 2017 del +7%, leggermente superiore all’anno precedente. Potrebbe essere un grave errore ricondurre il ruolo delle economie asiatiche solo a quello della Cina. Anche le “altre economie asiatiche”, a cominciare dall’India, hanno dato un contributo importante: le 123 MtCO2 in più a loro complessivamente imputabili nel 2017 sono certo inferiori a quelle cinesi, ma in proporzione si traducono per questi paesi in un aumento delle emissioni quasi doppio, pari al +3%.

Segali preoccupanti arrivano, purtroppo, anche dall’Unione Europea, alfiere dell’Accordo di Parigi, che nel 2017 vede crescere nuovamente le proprie emissioni di 47 MtCO2, facendo segnare un +1,5%. Questo aumento, sempre secondo l’analisi della IEA, sarebbe dovuto alla ripresa dei consumi di gas e prodotti petroliferi. Ma il dato vero è che nell’ultimo triennio il percorso di decarbonizzazione dell’Unione europea sembrerebbe aver segnato il passo (nonostante le ottime performance di Paesi come il Regno Unito), se colleghiamo il dato 2017 al +0,5% del 2015 e a un modesto -0,4% nel 2016.

Forse per la sorpresa di alcuni, gli USA di Trump proseguono ancora – nonostante le dichiarazioni – sul percorso virtuoso avviato alcuni anni fa, segnando per il terzo anno consecutivo vedono un calo delle emissioni di CO2. Secondo l’Agenzia, diversamente dagli anni precedenti in cui ha pesato molto il fuel-switch tra carbone e gas, nel 2017 i veri driver sono stati lo sviluppo delle rinnovabili e la riduzione della domanda di energia elettrica. È ancora troppo presto per capire se questo risultato sia dovuto alla inerzia delle politiche del precedente Governo – e sarà quindi destinato a cambiare nei prossimi anni – oppure se sia frutto di un processo di transizione alla green economy reale e in corso che difficilmente potrà essere fermato.

Al termine della analisi dei dati 2017, la IEA avverte: “The growth in energy-related carbon dioxide emissions in 2017 is a strong warning for global efforts to combat climate change, and demonstrates that current efforts are insufficient to meet the objectives of the Paris Agreement”. E, illustrando il suo scenario di sviluppo sostenibile al 2040, ricorda che la quota di fonti energetiche a basse emissioni dovrà crescere di almeno l’1,1% ogni anno, cinque volte più di quanto registrato nel 2017, la nuova produzione di elettricità da fonti rinnovabili dovrà passare dagli attuali 380 a 700 TWh ogni anno e il tasso di riduzione dell’intensità energetica dovrà quasi raddoppiare, passando dal -1,7% del 2017 a oltre il 3% medio annuo nei prossimi due decenni. Insomma, le dimensioni della sfida che ci attende sono sufficientemente chiare e dovremmo metterci subito alle spalle quanto accaduto nel 2017, sperando di ricordalo in futuro come un anno nero per il clima e le emissioni. E possibilmente l’ultimo.

 

 

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