Le Nazioni Unite si impegnano per ripristinare gli ecosistemi

Il 1 marzo 2019 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha comunicato che il periodo 2021-2030 sarà il Decennio dell’ONU per il ripristino degli ecosistemi. L’obiettivo di questa iniziativa è di realizzare un’operazione diffusa di miglioramento e riqualificazione di sistemi naturali danneggiati e di ripristino di aree degradate attraverso la ricostituzione di foreste ed altri ecosistemi a elevata valenza ecologica ed ambientale. Attivando una proficua cooperazione tra impegno politico, ricerca scientifica e disponibilità di risorse finanziarie – anche con la partecipazione di soggetti privati – si intende dar vita ad una ambiziosa iniziativa globale, che parta dalla realizzazione di azioni pilota per arrivare a interventi di grandi dimensioni, ritenendo possibile il recupero di oltre due miliardi di ettari di terre disboscate e degradate.
Joyce Msuya, Direttore Esecutivo del Programma ambientale delle Nazioni Unite, ha dichiarato “Il degrado dei nostri ecosistemi ha avuto un impatto devastante sia sulle persone che sull’ambiente. Siamo entusiasti del fatto che lo slancio per ripristinare il nostro ambiente naturale abbia guadagnato terreno, perché la natura è la nostra migliore scommessa per affrontare il cambiamento climatico e garantire il futuro”.
Secondo le Nazioni Unite, dunque, la ricostituzione di ambienti naturali è una delle misure più incisive per affrontare le crisi climatiche, ridurre la perdita di biodiversità, garantire la sicurezza alimentare e l’approvvigionamento idrico.

I dati dell’ultimo Global Environmental Outlook ci dicono che il 42 % delle specie terresti di Invertebrati è a rischio di estinzione e tra il 1970 e il 2014, il numero totale delle popolazioni di specie di Vertebrati è diminuito in media del 60 %. Se questi trend non verranno rallentati, si rischia di compromettere definitivamente la sopravvivenza di ecosistemi che forniscono servizi essenziali per il benessere umano, in particolare quelli che presiedono alla sussistenza delle catene alimentari e quindi al sostentamento della popolazione mondiale, in un contesto in cui circa il 20 % della superficie vegetata del pianeta mostra un calo della produttività. Entro il 2050 un ulteriore degrado delle superfici agricole e naturali e gli effetti del cambiamento climatico potrebbero ridurre i raccolti del 10% a livello globale e in alcune regioni fino al 50%.
Secondo le stime delle Nazioni Unite il recupero di 350 milioni di ettari di terreni degradati tra oggi e il 2030 potrebbe generare 9.000 miliardi di dollari in servizi eco-sistemici e liberare l’atmosfera di ulteriori 13-26 gigaton di gas serra.
Non si tratta quindi di tutelare le aree verdi del Pianeta ma di ripristinare una funzionalità ecologica dei territori tale da garantire la fornitura di materie prime e servizi ecosistemici necessari a garantire anche lo svolgimento di processi economici. Non è un caso che la rapida realizzazione di interventi finalizzati alla ricostituzione degli ecosistemi degradati sia stato uno dei temi al centro delle discussioni della IV Assemblea Ambientale delle Nazioni Unite di Nairobi, conclusasi qualche giorno fa.
Nella dichiarazione finale diffusa al termine dei colloqui, i Ministri si sono impegnati a promuovere tale iniziativa e a incoraggiare una maggiore diffusione di pratiche agricole resilienti.

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