Il boom internazionale dei green bond e il recupero dei ritardi dell’Italia

di Edo Ronchi

dal blog HuffingtonPost

I green bond – le obbligazioni verdi- sono strumenti finanziari recenti, utilizzati da società o enti pubblici: come tutte le obbligazioni sono un titolo di debito che, alla scadenza fissata, consente all’acquirente di riavere i soldi investiti più una quota di interessi. I soldi raccolti con i green bond, finanziano però progetti che hanno effetti ambientali e climatici positivi: per l’efficienza energetica, per la produzione di energia da fonti rinnovabili, per le bonifiche, il riciclo ecc.

I green bond stanno avendo un vero boom internazionale: da poco più di 40 miliardi dollari nel 2015, sono raddoppiati nel 2016 superando gli 80 miliardi e nel 2017 sono di nuovo più che raddoppiati, superando i 221 miliardi di dollari (Climate Bond Initiative 2017).
A livello mondiale la Cina guida il mercato dei green bond, ma anche in Europa non mancano Paesi con rilevanti emissioni di green bond: la Francia, il Regno Unito, la Germania e l’Olanda sono particolarmente attivi.
E l’Italia?
Salvo alcune iniziative di Hera, di Enel e, lodevole e recente, di FS e poche altre, l’Italia ancora non figura fra i principali Paesi emettitori di green bond a livello internazionale.
Come mai questo ritardo?
Un recente rapporto dell’Unep (Green Finance Progress report, 2017), ci aiuta a capire quali sono le scelte che concorrono a indirizzare in direzione green la finanza e anche a sapere quali Paesi del G20 –quindi Italia compresa- le hanno praticate.

Sulle 7 scelte indicate, l’Italia è arrivata tardi, praticandone solo due e solo quest’anno: fornire un quadro strategico per gli investimenti green (lo ha fatto solo nel febbraio di quest’anno); supportare lo sviluppo di mercati locali di green bond (solo nel marzo 2017 la Borsa italiana ha lanciato un listino di green e social bond). Ovviamente ci vorrà un po’ di tempo per poter valutare gli effetti a regime di queste misure.

L’Italia è ancora assente in altre 5 scelte:
– promuovere principi volontari di finanza green ( la Francia ha lanciato l’etichetta volontaria “ transizione ecologica ed energetica per il clima” per identificare gli investimenti green );
– promuovere network per diffondere capacità analitiche, buone pratiche e flussi di informazione sulla finanza verde ( la Borsa tedesca ha lanciato il network “Iniziativa per la finanza sostenibile”);
– promuovere la collaborazione internazionale per facilitare gli investimenti transfrontalieri in green bond (in Francia è stato autorizzato il lancio di primi green bond di tipo ETF -Exchange Traded Fund – coinvolgendo investitori internazionali );
– incoraggiare e facilitare la condivisione di conoscenze sul rapporto fra rischi ambientali e rischi finanziari (il Ministero delle Finanze tedesco ha commissionato un rapporto di ricerca sui potenziali impatti dei cambiamenti climatici sulla stabilità dei mercati finanziari);
– migliorare la misurazione dei flussi di finanza verde e degli impatti ambientali delle attività finanziarie (nel Regno Unito la Green Investment Bank ha pubblicato un rapporto per misurare gli impatti green degli investimenti).

La Cina attua, da alcuni anni, iniziative in tutte e 7 le scelte indicate, il Regno Unito in 6, la Francia in 5 e la Germania in 4. L’Italia che ne pratica – fra l’altro da poco – per ora solo 2, grazie a una recente iniziativa del Ministero dell’Ambiente, in partnership con l’Unep, ha dato vita al network italiano per la finanza sostenibile che potrebbe contribuire a recuperare i ritardi e ad allinearsi con gli altri grandi Paesi europei.

 


Articolo originale pubblicato su Huffington Post Blog in data 01/12/2017
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