Il Parlamento inglese dichiara lo stato di emergenza climatica

Il Parlamento britannico ha approvato in questi giorni una mozione che dichiara formalmente l’esistenza di una crisi ambientale e climatica. Ad averla posta è stato Jeremy Corbyn, leader del partito dei Labour, il quale ha dichiarato che questa mozione costituisce una risposta necessaria alle manifestazioni studentesche #FridaysForFuture. Le manifestazioni, infatti, hanno animato anche il Regno Unito negli ultimi mesi e a queste si sono aggiunte anche le proteste di un altro gruppo di “disobbedienza civile non violenta”, chiamato Extinction Ribellion, il quale nelle ultime settimane ha occupato alcune aree strategiche di Londra per chiedere un cambiamento radicale e immediato che impedisca il collasso ecologico. Fra le richieste dei manifestanti vi è proprio la dichiarazione di uno stato di emergenza climatica da parte del Governo, oltre che la richiesta di obiettivi di riduzione delle emissioni carboniche molto più ambiziosi.

Corbyn nel suo discorso al Parlamento ha sottolineato l’esigenza di perseguire la neutralità carbonica ben entro il 2050, nonché l’urgenza di portare avanti una rivoluzione industriale green e l’improcrastinabilità di una coalizione forte ed incisiva da parte delle grandi economie mondiali nell’ambito dell’Accordo di Parigi, (inclusi gli USA di Trump). Pur non costituendo formalmente alcun obbligo ad agire nei confronti del Governo, si tratta di un endorsement da parte di un Parlamento nazionale senza precedenti, che decreta la questione climatica al centro del dibattito politico ed economico del Regno Unito e che auspicabilmente il Governo inglese non potrà ignorare senza pagarne in credibilità. Una scelta politica importante anche alla luce della candidatura del Regno Unito alla COP 26 del 2020, a cui com’è noto è candidata anche l’Italia.

Il Regno Unito è ad oggi la seconda grande economia europea in termini di emissioni di gas a effetto serra, che si attestano intorno alle 470 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (quasi la metà della Germania, che si attesta intorno alle 900 milioni di tonnellate, e circa 50 milioni di tonnellate in più rispetto all’Italia). L’’ipotesi di neutralità carbonica entro metà secolo risulta un obiettivo quanto mai sfidante, nonostante il taglio di emissioni già conseguito dal Paese. Infatti, il Regno Unito ha già raggiunto una riduzione del 40% rispetto ai livelli del 1990, contro il 24% circa di media europea, il 18% dell’Italia, il 15% della Francia e il 28% della Germania. Si tratta di un risultato influenzato dagli alti livelli di emissioni che hanno caratterizzato il Regno Unito fino agli anni ’90 e ascrivibile principalmente alle politiche di riduzione del ricorso al carbone a favore di fonti fossili a minore intensità carbonica. Essendo il consumo di carbone un ago della bilancia molto incisivo in termini di emissioni, si tratta di politiche che stanno producendo risultati continuativi, anche in questi ultimi anni in cui l’Europa ha registrato una preoccupante interruzione del processo di decarbonizzazione a causa del fatto che i principali emettitori europei hanno registrato emissioni stabili o in aumento: il Regno Unito, con il suo -10%, è l’unico grande emettitore europeo ad aver registrato un segno negativo nell’andamento delle emissioni del triennio 2014-2017.

Tuttavia, come sottolineato anche da Corbyn nel suo discorso al Parlamento, stando agli attuali tassi di riduzione delle emissioni il Paese non sarà in grado di raggiungere la neutralità carbonica prima del 2100 e dunque fallirà la sfida contro gli effetti più irreversibili del cambiamento climatico. Dunque dichiarare formalmente la crisi climatica dovrebbe portare con sé una vera e propria rivoluzione industriale green, che nel caso del Regno Unito implica, fra i vari aspetti considerati da Corbyn, l’accelerazione del phasing out dal carbone e della crescita delle fonti rinnovabili (sulle quali il Paese è indietro rispetto ai principali competitor europei). Anche in Italia abbiamo assistito recentemente ad una mozione sul tema da parte di alcuni parlamentari, segno che l’urgenza della lotta al cambiamento climatico non è più un argomento ristretto agli ambienti scientifici e di ricerca. Forse anche grazie al rinnovato impegno delle nuove generazioni.

 

 

 

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