Inefficienze ecologiche ed economiche della tassa sui rifiuti

di Edo Ronchi

dal blog HuffingtonPost

Correva l’anno 1997 e una riforma della gestione dei rifiuti, il Dlgs 22, introduceva la tariffa puntuale per i rifiuti urbani, basata sulla quantità di rifiuti effettivamente conferiti, distinguendo fra differenziati e non. Poiché la copertura dei costi di tale servizio era mediamente inferiore al 60%, fu lasciato per arrivare gradualmente a pareggiare i costi, un periodo transitorio dove i Comuni potevano scegliere se applicare la nuova tariffa o mantenere la tassa comunale sui rifiuti precedente.

Fu anche stabilito un metodo normalizzato per il calcolo con il DPR 158/1999. Scaduto il termine, il passaggio da tassa a tariffa fu rinviato fino a quando nel 2011 la tassa sui rifiuti fu ripristinata pienamente, non più come transitoria. E la tariffa puntuale che fine ha fatto? L’Ispra ci informa che, nel 2016, era praticata solo da circa il 7% dei Comuni con il 5% della popolazione: quindi è rimasta marginale. Un problema solo formale? Non pare proprio.

La tassa sui rifiuti vigente, la TARI, è composta da una parte variabile e una parte fissa. Le utenze domestiche pagano una parte variabile proporzionale, con correttivi ,alle superfici e al numero degli occupanti; le utenze non domestiche pagano la parte variabile sulla base di coefficienti, utilizzati dai Comuni in modo flessibile.

Quindi, con questo meccanismo, chi fa bene un’elevata raccolta differenziata non viene premiato e chi non la fa per nulla paga la stessa tassa. La parte fissa, pagata da tutti, deve coprire non solo il costo delle componenti fisse (tipo spazzamento stradale o oneri amministrativi di riscossione) ma anche le mancate riscossioni degli anni passati. Sì, avete letto bene: nella parte fissa della tassa rifiuti dei cittadini che la pagano finisce anche il pagamento di quella dei cittadini che non l’hanno pagata l’anno precedente.

Dal 2006 al 2016 la tassa sui rifiuti è aumentata per ogni Kg di rifiuto gestito del 71%. Togliendo pure l’8% di maggiore copertura degli oneri, arrivata ormai al 99%, rimane pur sempre un aumento del 63% in dieci anni: un aumento eccessivo, nonostante l’aumento delle raccolte differenziate abbia contribuito a mitigare la crescita dei costi, perché la gestione del Kg di rifiuto differenziato costa ai Comuni mediamente meno di quello indifferenziato e perché l’aumento dei costi unitari del rifiuto differenziato è stato inferiore di quello degli altri e di quello dei costi fissi.

Lo sganciamento della tassa sui rifiuti dal reale conferimento e dalle raccolte differenziate è ancora più evidente dall’aumento anomalo dei costi comuni fissi, cresciuti dal 2006 al 2016 di ben il 98% (sulla base dei dati ISPRA del 2016).

Che il sistema della tassa sui rifiuti non abbia promosso efficienza delle gestioni, e quindi un contenimento dei costi, è evidenziato da un altro fatto noto e rilevante: le forti differenze dei costi di gestione per Kg di rifiuto urbano nelle diverse Regioni italiane. Nel 2016, infatti, costava 28 centesimi in Lombardia, 39 centesimi in Veneto, 47 centesimi nel Lazio ,48 in Campania e 50 in Calabria.

Il punto centrale non è tanto se la tariffa sia gestita come un corrispettivo o come un tributo, ma come viene calcolata, applicata e controllata, a partire dai piani finanziari che ne definiscono gli importi che deve coprire e dalle modalità con le quali si contabilizzano le raccolte differenziate – in quantità e qualità – e la quota residua indifferenziata, effettivamente conferite. Se chi inquina paga in proporzione, il sistema sarà più efficace dal punto di vista ambientale, ma anche più efficiente.


Articolo originale pubblicato su Huffington Post Blog in data 05/10/2018
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