L’aumento dei gas serra nel 2018, un allarme da non sottovalutare

di Edo Ronchi

dal blog HuffingtonPost

Sulla base dei dati, provvisori, dei consumi mondiali di energia del primo semestre, il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), Fatih Birol, ha dichiarato che le emissioni globali di gas serra aumenteranno anche nel 2018, così come è avvenuto anche nel 2017. La notizia che ha avuto scarso o nullo rilievo sulla stampa italiana, meriterebbe invece la massima attenzione.

Per almeno due ragioni. La prima: dopo tre anni di stabilizzazione – 2014, 2015 e 2016- che sembrava segnare l’avvio di una inversione di rotta, le emissioni globali di gas serra sono riprese a crescere e quindi la sperata inversione di rotta si allontana pericolosamente perché il budget disponibile di emissioni globali per poter mantenere l’aumento di temperatura ben al di sotto dei 2 gradi, è limitato e si va esaurendo.

La seconda: questo aumento delle emissioni globali è avvenuto proprio nei primi due anni di attuazione dell’Accordo di Parigi per il clima, entrato in vigore il 4 novembre del 2016 e che dovrebbe portare a drastiche riduzioni. La prima verifica dell’attuazione dell’Accordo è prevista nel 2023 e poi, successivamente, ogni 5 anni. I primi due anni sono pochi per poter fare un bilancio di un accordo internazionale di questo tipo che, è bene ricordare, si basa sulla somma degli impegni presi, dichiarati dai singoli Paesi di riduzione delle rispettive emissioni nazionali.

Un conto è partire con programmi di forti riduzioni nazionali di emissioni di gas serra –necessarie per seguire la traiettoria, indicata dall’Accordo di Parigi, necessaria per contenere l’aumento medio globale della temperatura ben al di sotto dei 2°C- in un contesto di una stabilizzazione in corso delle emissioni globali, altro è farlo mentre le emissioni globali crescono.

La percezione nell’opinione pubblica del pericolo rappresentato dalla crisi climatica è molto al di sotto del suo livello reale, di estrema gravità, ben noto e studiato da scienziati di tutto il mondo. La crisi climatica, inoltre, salvo rare eccezioni, non compare fra le priorità dell’agenda dei decisori politici, compresi quelli che non la negano e che sostengono l’Accordo di Parigi.

Se il progresso tecnologico, l’attuale sviluppo della green economy a basse o nulle emissioni di carbonio e l’impegno di una parte determinata, anche se minoritaria, di cittadini, bastassero per far fronte alla crisi climatica, potremmo essere più fiduciosi nelle possibilità di successo.

Se, invece, come appare, i trend attuali non fossero sufficienti e servisse un cambio di passo, con una più forte reazione dei cittadini e un impegno più determinato della politica, allora i guai potrebbero aumentare.

La reazione, per ora, infatti pare inadeguata come quella di un organismo malato che non è in grado di reagire alla febbre, con una testa politica che pensa ad altro e non si impegna nelle cure come sarebbe necessario.


Articolo originale pubblicato su Huffington Post Blog in data 21/09/2018
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