
di Edo Ronchi – da Il Sole24ore
Il 22 aprile scorso, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto ha firmato il decreto che individuala perimetrazione, la zonizzazione e le misure di salvaguardia del Parco nazionale del Matese. La nuova area protetta si estende tra Campania e Molise per 87.897,7 ettari e diventa ufficialmente il venticinquesimo Parco nazionale italiano. L’istituzione, prevista nel dicembre 2017 con la legge di bilancio, ora diventa realtà.
L’ultimo Parco nazionale istituito in Italia era stato quello dell’Isola di Pantelleria, nel 2016. Siamo stati fermi per anni. Eppure, il patrimonio naturale italiano è importante. Nel nostro Paese sono state censite 6omila specie animali, di cui1.300 vertebrate, e una flora di oltre 12mila entità. Una ricchezza caratterizzata da elevatissimi tassi di endemismo.
Purtroppo, lo stato di salute di questo capitale naturale non è buono: il 54% della flora e il 53% della fauna sono in uno stato di conservazione sfavorevole. Rispettivamente il 13% e il 17% cattivo. Il 49% degli habitat è in uno stato di conservazione inadeguato, il 40% cattivo. Sono numeri in peggioramento. Lo dice l’ultima rilevazione Ispra del 2023. In Italia la biodiversità è in declino, un fenomeno che non si riesce ad arginare. I motivi? Cambiamenti climatici, agricoltura intensiva, inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse, competizione delle specie invasive, consumo di suolo.
Per rispondere a questa situazione il governo ha varato nel 2023 la Strategia nazionale per la biodiversità al 2030 che prevede, fra l’altro, di aumentare al 30% la protezione delle aree terrestri e marine. Prima dell’istituzione dell’ultimo parco siamo stati fermi per anni al 21% per le aree naturali protette e all’11% per quelle marine. Bisogna fare di più. L’integrazione fra le strategie di decarbonizzazione e quelle di ripristino della natura è un indirizzo internazionale ormai consolidato: ‘impegno climatico e la tutela della biodiversità devono procedere insieme perché una ricca biodiversità ha effetti positivi, di mitigazione e adattamento, sulla crisi climatica e perché a sua volta gli impatti della crisi climatica sulla biodiversità sono molto forti.
La linea dell’Europa e dell’Italia, definita da impegni internazionali e obblighi normativi, punta alla riduzione al 2030 del 55% di emissioni rispetto a quelle del 1990 e a emissioni zero, al netto degli assorbimenti, al 2050. Per raggiungere l’obiettivo del PNIEC del 63% di rinnovabili elettriche al 2030 occorrono circa 131 GW di capacità installata al 2030: oggi siamo a 77 GW. Per raggiungere il target dovremmo aumentare le installazioni di almeno 10 GW annui. Per questo servirebbero nuove iniziative per procedure di autorizzazione, per gli allacci e per le aree disponibili per gli impianti solari a terra e per l’eolico. In questo contesto, si riscontra un interesse crescente per biodiversità e il ripristino della natura.
Lo scorso anno è stata approvata dall’Unione europea (l’Italia voto contro) la Nature Restoration Law, regolamento che impone di ripristinare almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, per arrivare al 90% nel 2050. L’Italia deve preparare un Piano nazionale di ripristino della natura da presentare entro settembre 2026. 11 ministero dell’Ambiente ha avviato l’istruttoria, ci sono vari tavoli aperti. Ancora non c’è un testo base, ma c’è grande attenzione. Individuati gli interventi, si porrà poi la questione, molto calda, dei finanziamenti. C’è la proposta di investire sul ripristino della natura parte degli incentivi che recano danno all’ambiente. O quella di dare un valore anche economico ad alcuni servizi ecosistemici. Sapendo che ogni euro investito nel ripristino della natura è in grado di generare anche ritorni economici.
Stiamo lavorando con l’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po per portare un nostro contributo all’elaborazione del Piano nazionale di ripristino. La stessa Autorità e la Fondazione per lo sviluppo sostenibile sono inoltre promotrici del Nature Positive Network, fondato lo scorso anno: una rete italiana di imprese impegnate in azioni a favore della natura, per migliorare lo stato di conservazione degli ecosistemi. Partita con 21 soci, oggi ne ha già 34. C’è la sensibilità di una parte importante di aziende su questo tema. In prima fila ci sono quelle della bioeconomia, che si basano su risorse naturali: agricoltura, agroalimentare, industria del legno e della chimica verde, riciclo dei rifiuti organici, bioenergie e materie prime per varie attività della farmaceutica e della cura del corpo. Si tratta di un settore di un certo peso: si stima che valga almeno 250 miliardi di euro.